Deepa Mehta, India 2005
Tradizionalmente i matrimoni degli indu vengono combinati dai genitori fin dall’infazia, lo sposo puo essere anche molto piu anziano della sposa considerata “proprieta” del congiunto. Le vedove non possono risposarsi e vengono forzate ad una vita di segregazione e rinuncia.
India 1938, la piccola Chuya, sposa e vedova ancora in tenerissima età viene abbandonata dalla famiglia e costretta a vivere in una povera casa adibita ad ospizio per donne giovani e meno giovani nelle medesime condizioni.
Un giovane bramino sostenitore del movimento di Gandhi contro le discriminazioni offre speranza alla bella Kalyani ma Un destino beffardo ed ingrato pone fine al loro sogno d’amore. Chuya sembra condannata alla stessa sorte ma fortunatamente viene salvata da una fedele compagna piu anziana e caricata sul treno del Mahatma. Una luce di speranza per il popolo Indiano.
L’enfasi sul melodramma non impedisce di assaporare intensamente il fascino di una terra piena di contraddizioni. All’intensa e profonda spiritualità indiana fa da contraltare un sistema sociale pieno di sopprusi e discriminazioni in nome della tradizione.
Gli ostacoli incontrati nella realizzazione e distribuzione di questo film la dicono lunga su quanto pesante sia ancora
oggi l’integralismo Hindu.
Film del 1941, girato mentre in Europa infuriava la guerra, capolavoro di un giovanissimo Orson Welles capace di una regia e sceneggiatura memorabili, assolutamente innovative per quegli anni. Sbagliando lo si potrebbe datare anche molto più tardi. Visto oggi risente un po’ della sua età. Interessante e sempre attuale il personaggio Kane: magnate intraprendente, politicante populista che considera i cittadini ‘roba sua’, maniaco collezionista, arrogante, autoritario, orgoglioso, chiuso nel proprio ego e nell’ossessiva ricerca dell’effimero autocompiacimento. Sperperando denaro e circondandosi di tirapiedi è destinato solo a fare soffrire chi gli sta più vicino. Morirà nel proprio mausoleo di solitudine piangendo al ricordo di una povera lontana infanzia.
Un’abile regia e un grande cast rendono godibile un film di genere senza grandi pretese. Bruce Willis veste magnificamente i panni del killer misterioso e inafferrabile, l’accattivante Ben Kingley fa la parte di un boss ebreo e chiamato il Rabbino, Morgan Freeman il boss avversario, Lucy Liu buona per la storiella d’amore e il sornione protagonista (Josh Hartnett) consumerà l’antica vendetta contro i cattivoni come piace tanto al pubblico Americano e non. Una briosa messa in scena… ma dove stanno le idee nuove?
Tra documentario e fiction la storia vera di tre ragazzi Anglo-pakistani catturati in Afganistan e portati a Guantanamo, famigerata prigione creata al di fuori del suolo statunitense in modo che l’esercito possa operare evitando la giurisdizione delle autorità civili.
Un istintivo e naturale bisogno di tortura e vendetta esiste in qualsiasi contesto bellico. In questo caso il nemico si chiama “terrorismo”, una minaccia per sua natura sfuggente. Creare una guerra e fomentare la paura nei cittadini serve ai potenti per giustificare i loro abusi. Conviene loro individuare qualcuno e qualcosa a cui attribuire tutte le colpe e placare la sete di rabbia di un popolo frustrato e ingannevolmente defraudato dei propri diritti. Un copione già scritto tante volte e ripreso nel capolavoro 1984 di George Orwell. Le verità scomode su 11 settembre, Al Kaida, Iraq e terrorismo islamico forse le sapremo solo tra alcuni anni.
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