La Graine e le mulet
Slimane dopo 35 anni di cantiere navale, perde il lavoro ma non il desiderio di un futuro migliore per i suoi numerosi figli e nipoti. E’ dura, ma non impossibile. Quando le cose sembrano andare per il verso giusto ci si mette di mezzo la sfiga come una maledizione.
Il regista porta sullo schermo l’immigrato di periferia, quello che sta ai margini ma è vivo e ha voglia di andare avanti e soprattutto quelle donne magrebine, tutt’altro che sottomesse, vera spina dorsale della comunità.
La telecamera si muove sapientemente da un viso all’altro, tante parole si sovrappongono come in una presa diretta di vita quotidiana: i placidi bagordi di un pranzo domenicale, il dramma del tradimento, l’orgoglio di chi si sente ferito. Rym, la giovane figliastra di Slimane, ci crede e lotta fino in fondo, commuove quando cerca di convincere la madre ad andare alla festa, è una ragazza disposta a tutto, anche a "vendere" se stessa pur di non mollare mai. Un’interpretazione straordinaria quella di Hafsia Herzi, una sensualità accesa, inaspettata e lontana dai noisi stereotipi attuali.
Purtroppo non tutte le ciambelle scono col buco, la sceneggiatura si fa spesso pesante o pedante, e la spasmodica angoscia di un lungo e grottesco finale si trascina oltre misura scadendo nell’assurdo. E’ un lavoro molto interessante quello di Abdel Kechiche ma secondo me non si puo dire che Ang Lee a Venezia gli abbia rubato qualcosa.


Ultimi Commenti